Dell’anno nuovo e degli occhi dei Daruma – 4 eventi del Capodanno giapponese da non perdere

 

 

Al Capodanno giapponese si va incontro con attitudine diversa, non è botti, non è brindisi, semplice celebrazione dell’anno vecchio che lasciamo alle spalle e dell’anno nuovo che si accinge a prenderne il posto.

E’ preparazione, è un lento progredire, avanzare verso la posizione migliore possibile per affrontare ciò che verrà.

Per me, che lo osservo con gli occhi della disabitudine, è come un febbrile fermento, si allunga e si propaga, si ritrova in ogni direzione, portato dalle persone indaffarate, si accumula e si nutre e quando pensi sia lì, giusto sul punto di traboccare, alla mezzanotte si scioglie.                                                                                                                                                  Scivola via in preghiere e colpi di tamburo, campane battute, odore di incenso, grandi falò nell’oscurità e nella densità morbida dell’amazake.

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Sanya – la Tokyo cancellata dalle mappe

Sanya è un luogo che ho particolarmente a cuore, ci si arriva da casa mia in 20 minuti a piedi circa, non si sa quando si entra dentro Sanya, non si sa quando se ne esce, non ha confini precisi, né indicazioni, Sanya la si percepisce, è una sensazione. Lo si sente, lo si vede che quella è una parte di città diversa.

E’ un luogo che esiste ma non esiste, è a metà, come molte cose del Giappone, è detto ma non detto, un’infinita serie di puntini di sospensione su quale sia la sua vera forma o il suo vero scopo.

Un niente se si pensa all’immenso espandersi della capitale, un reticolo di vie a cui il governo ha tolto identità, senza definizione precisa si trova lasciato lì questo quartiere, in tutta la sua incredibile, difficile  e ruvida bellezza.

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Perché utilizzare GoGoNihon per studiare e trasferirsi in Giappone? La mia esperienza

 

 

Come forse alcuni di voi sapranno, ormai da 6 mesi mi sono trasferita a Tokyo, uno dei grandi obiettivi che mi ero posta fin da piccola è finalmente diventato realtà.                                                                                                                             Vivere in Giappone, studiare qui, lavorare qui… quello che mi sembrava così lontano nel tempo e nello spazio, ora è a tutti gli effetti la mia quotidianità.                                                                                                                                                               Guardo la piccola, insignificante stradina che conduce a casa mia, la faccio volando in bicicletta, e mi sento così, per nessun motivo in particolare, o forse per tutto, immensamente felice.                                                                                      E per quanto stancante talvolta, travolta come sono dal ritmo che mi impongo, la mia vita qui in Giappone mi concede ogni giorno la meraviglia della scoperta, la consapevolezza di avere una buona dose di saldezza, ma soprattutto e per lo più, un infinito, sorprendente verificarsi di soddisfazioni.                                                                                E di questo sono profondamente, immensamente grata.                                                                                                             Penso che nell’esperienza, nel provare in prima persona, nel vedere ciò che si ha a lungo sperato non essere solo più immaginazione, si trovino i momenti più ricchi della vita. E credo che ciò ovviamente non valga solo per me, tali simili emozioni fanno traballare l’animo dalla prima volta fino all’ultimo ricordo.                                       Indubbiamente, per quanto mi riguarda, venire in Giappone è stata una delle scelte migliori che potessi fare.

Chi ha reso tutto ciò possibile, più facile, meno stressante, sono le incredibili persone che lavorano dietro a GoGoNihon.                                                                                                                                                                                                                    E oggi è proprio di questa azienda e della mia esperienza con loro che vorrei parlarvi!                                                              Se anche voi desiderate venire a studiare in Giappone, vivere, lavorare qui, migliorare la lingua o iniziare a impararla da zero, sperimentare nel modo più vero la cultura nipponica, creare alcune delle esperienze di vita più incredibili che possiate immaginare, la mia speranza è proprio che questa mia condivisione possa essere d’aiuto e possa portare prima di tutto alla realizzazione dei sogni di tante altre persone.

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12 giorni in Scozia, Isola di Skye ~ Scozia casa di fate e orizzonti verdi

~ itinerario di 12 giorni in Scozia: day 10 ~

Potrei dire senza esitazione che questa è la parte di Scozia che più ho amato.

Che se esistessero fate ed elfi sicuramente, senza alcun dubbio, abiterebbero qui a Skye, che quest’isola da subito mi ha fatto pensare a fiabe e leggende e che nei suoi paesaggi così d’altro mondo la cosa in effetti parrebbe plausibile.

Che nel nome evocativo e che mi fa pensare ogni volta alla parola cielo che si è aggiunta per errore una vocale di troppo, si rimandi già di per se all’incanto di queste terre. E forse non a caso una delle possibili etimologie del nome è proprio skitis, in celtico alato.

Potrei dire che una volta visitata Skye non si dimentica, che l’occhio cerca di figurarsi nuovamente quel verde così intenso mai più trovato altrove, che la mente o il cuore in un moto terapeutico riportano a galla la calma placida dei suoi ambienti sterminati.

Di Skye potrei dire molto, parlare tanto, e allo stesso tempo far mia la consapevolezza che le solite consumate parole siano insufficienti: bella, bellissima, stupenda, senza esagerare.

Vorrei comunicare l’Isola non a lingua scritta, non a lettere, perché nel momento in cui mi sono trovata in cima al Quiraing, in quell’esatto momento in cui dall’alto potevo vedere la distesa verdissima sotto di me fino all’orizzonte, mi sono sentita un puntino microscopico, capitata per caso e per fortuna nel mezzo dell’immensa bellezza della nostra Terra.

Mai come in nessun altro posto al mondo visto fino ad allora (e avrei dovuto trovarmi di fronte a Shibuya per la prima volta l’anno successivo per provarlo nuovamente) ho sentito di venire stretta da una morsa simile di meraviglia, incapace di credere eppure di fronte, come se la vita mi scorresse davanti a velocità doppia e io non fossi in grado di afferrarla o descriverla, ma solo sentirla in tutto il suo tumulto.

Skye è questo per me, un’isola che pare uscita dal più bello dei desideri

 

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Visitare il Museo dello Studio Ghibli: il regno dei sogni e della follia

l’importanza di credere nella potenza dei sogni e abbandonare la concretezza delle convenzioni 

 

 

intervistatrice: “Quindi può dire che è il film che si lascia creare da lei?”

Miyazaki: “Sì, si può dire così … il film è un essere vivente” 

è questa la frase che più mi è rimasta impressa guardando il documentario dedicato allo Studio Ghibli dal titolo “Il regno dei sogni e della follia“. 

E’ quasi come se per Miyazaki ci sia qualcosa di ineluttabile nella creazione dei suoi film, un processo in cui sono i disegni, le immagini, i cartoni, ad arrivare a lui, a concedersi, a permettere di essere plasmati, e solo dopo un lungo processo, svelati al mondo. 

Miyazaki, che è un narratore e come tale racconta, trasmette, lascia liberi di esprimersi questi suoi film d’animazione, creature vibranti, piene di magia, nostalgia, dolore, ricolme della bontà ingenua dell’infanzia e al tempo stesso, anche, della crudeltà dell’essere umano.

Sono esseri di matita, colore, carta, schiusi ancora dal lavoro sempre manuale e non digitale, come ormai raramente accade, sono l’amore immenso di una persona per il proprio lavoro. 

E io lo avverto, sento tutto ciò, la dedizione, l’ineluttabilità del processo creativo, l’immaginazione incontrollata e incontrollabile, il fluire di storie che hanno bisogno di essere viste e provate, non solo per bambini, ma universalmente. 

E’ questo che fa lo Studio Ghibli e lo so, sembrerà banale, ma mi commuove, mentre vedo il documentario, mentre guardo uno dei tanti capolavori di Miyazaki, mentre si dipana il percorso espositivo del Museo

Un regno di sogni e follia lo hanno chiamato, giustamente, tanto effimero quanto impensabile eppure così incredibilmente capace di porgere al prossimo un momento in cui credere che l’impossibile sia davvero possibile. 

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Terme e Collina del Castello di Budapest: una torta con la principessa Sissi e un bar di ghiaccio

~ itinerario di 1 settimana in Ungheria: day 3 ~

Una Budapest forse un po’ più classica mi attende oggi fuori dalla porticina del mio appartamento appena decentrato, giù oltre la via sgangherata ricoperta di edera, i piccoli appartamenti interrati di una zona povera e di ospedali, superato il parco botanico, il gabbiottino del fioraio e quello dei libri usati, passato il chiosco di langos che giusto fuori la fermata Klinikak riempie di fritto l’aria già alle 8 di mattina. 

Una Budapest più classica è vero, ma che ai mie occhi di neofita dell’Ungheria riserva pur sempre un’infinità di sorprese e nuove possibilità di esplorazione. 

D’altronde chi mai, durante la prima visita di una città, potrebbe esimersi dal percorrerne anche gli itinerari più battuti? 

Se sono i più battuti ci sarà pur sempre un motivo, e anche nel classico, nel tradizionale, nel bello che tutti vogliono vedere e raggiungere, si possono pur sempre trovare nuovi spunti, nuovi dettagli e da essi dare forma e consistenza a una propria personale opinione e alle proprie (ancora più personali) emozioni. 

Quella che mi aspetta fuori è poi, e forse soprattutto, quella Budapest che, nel suo essere città d’arte, storia e cultura, tra gli edifici tradizionali e indubbiamente bellissimi, accoglie tutti quei dettagli folli, inaspettati e bizzarri, che la rendono a pieno titolo grande capitale europea dall’anima irriverente. 

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Un passo fuori Londra: Castello di Windsor e Kew Gardens … parola d’ordine VERDE

~ itinerario di 8 giorni a Londra: day 2 ~

Basta un passo solo, giusto un passo, appena al di là del grande centro, che in realtà a ben guardare è un agglomerato, una stretta unione di tanti infiniti piccoli centri.

A Londra, come a Tokyo, e forse come accade in tante altre metropoli, ciò che è centrale si allarga, si moltiplica, senza trovare confini netti.

Sollevo lo sguardo, compio un passo e ciò che è naturalmente periferico mi viene incontro.

In una Londra tanto grande quanto mutaforma, anche nella periferia, nel confuso insieme che vive oltre la zona 1 e la zona 2, si annidano centri-non centrali di unica bellezza.

E mentre nel suo stomaco, nel suo cuore, Londra mi è apparsa come una città multicolor traboccante di vita e frenesia (ve ne parlo in questo post), nelle sue braccia e nelle sue gambe, negli arti più lontani da quel rimescolio variopinto, sembra essersi concessa il privilegio di un unico colore.

Ha messo guanti e scarpe VERDI, un verde di quelli accesi, quello dei prati grassi di pioggia, dei boschi abitati dai cervi, delle palme lussureggianti, delle ninfee ricche d’acqua.

Nuovamente a discapito di tutti i preconcetti che le pendono sul capo.

Londra grigia? Ma quando mai!! 

E con un passo mi preparo a visitare Windsor e Kew Gardens, mi lascio alle spalle il mondo in technicolor del cuore di Londa e mi immergo tutta completamente nel suo VERDE…

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