Kyoto parte 3.2 ~ Nara, tra i cervi e le luci dell’Obon

~ itinerario di una settimana: day 6 ~

 

Ultima mezza giornata a Kyoto e ne approfitto per immergermi ancora in quel Giappone tradizionale così sognato, così intensamente vissuto e sperimentato durante questa lunga settimana di viaggio.

La concedo tutta a Nara, conservata appositamente per questo ultimo giorno speciale, perchè viaggio dopo viaggio, siamo ormai nel fulcro dei festeggiamenti dell’Obon, la festa con cui in Giappone si onorano gli spiriti dei defunti e la città di Nara sta per riempirsi di lanterne…

(la prima parte della giornata la trovate invece raccontata in questo articolo → Fushimi Inari, Pontocho,Sanjusangendo)

 

 

Lo ammetto, sogno questo momento da quando sono partita dall’Italia, sogno di aggirarmi allegra tra i cervi, dar loro da mangiare e venir ricambiata da amorevoli sguardi, sogno di vedere le centinaia di lanterne, quelle in carta leggera accese di fronte al Grande Buddha e quelle antiche in metallo bruno del Kasuga Taisha riservate per questa occasione e poche altre.

La verità è che Nara è stata molto più di quello che mi aspettavo, sacra ma meno composta di Kyoto, bella, bellissima, ma non irraggiungibile, ha un viso simpatico, divertente, di quelli che se vedi ridere non puoi fare a meno di ridere a tua volta.

Ed effettivamente circondata dai cervi mi ci sono ritrovata, effettivamente ho dato loro da mangiare, è successo tutto quello che avevo programmato ma non come me lo ero immaginato (o quasi), Nara non è fuori dalla propria portata, Nara è allegra e alla fine ti lascia addosso un gran senso di benessere, è più come un incantesimo del buonumore.

Fin dal primo istante, quando ti ritrovi faccia a faccia con Shikamaru-kun, la mascotte cervo più kawaii di questa galassia (e forse anche oltre) sorridi e hai l’assoluta certezza che Nara ti piacerà da morire.

 

 

 

 

 

 

E nemmeno i cervi reali sono da meno a dirla tutta, non solo carini ma capaci di esibirsi in una serie di facce così derp che a riguardare le foto riderete per mezzora e vi verrà voglia di farci delle meme.

Afferrato un budino al matcha trovato in un negozietto lungo la strada (dovete assaggiarlo, troppo buono!!) saliamo fino al Tempio Horyuji  e con mia grande gioia troviamo i primi cervi, ci sono, sono pronta, la macchina fotografica sta per essere usata per fare un book fotografico modalità hardcore 1000 foto al secondo… ed è lì che incontro lui, il mio personale mito di Nara, il cervo più svaccato e con le balle in giostra per il caldo dell’intera storia dei cervi, e che non appena mi vede scattare una foto nella sua direzione mi trapassa con lo sguardo più seccato di sempre, comunicandomi il suo biblico disprezzo per l’umanità presente, passata e futura.

Sotto potete vedere il cervo derp per eccelleza: ora si alza e mi mena.

 

 

 

 

Eccola la verità, palesarsi davanti ai miei occhi, ci hanno preso in giro con tutta sta storia di Bambi, oh poverino gli è morta la mamma. Tutta l’infanzia a inculcarci l’idea che i cervi sono carini e coccolosi per farci crescere ignari, ma a Nara sono loro i padroni del campetto, e se provi a giocare ti bucano il pallone.

Perché sì, esistevano una volta le creature dei boschi che al suono di passi umani fuggivano intimorite ed esistono poi i cervi di Nara che, no, si mettono in posa e non gliene potrebbe fregare di meno di te, questi sono cervi temerari gente, se vogliono vi scippano pure le mutande e si allontano a tutto gas con il motorino truccato facendo l’impennata. I minacciosi cartelli che trovate in giro stile ricercato pericoloso non sono mica messi lì per nulla … che a Nara pure la yakuza gira a largo. Il comune ha infatti pensato bene di avvertire noi poveri ignari, cresciuti a pane e Bambi, piazzando strategici avvisi qua e là per la città, così per liberarsi la coscienza.

 

 

 

 

Eppure al di là dei buffi cartelli sui “pericolosissimi” cervi, al di là delle loro espressioni assurde e dell’ironia esagerata che ci metto io nel descrivere il tutto, camminare per una città in cui animali schivi come loro girano liberi senza timore è quasi surreale. 

Un’irrealtà buona, quella di una natura in qualche modo rispettata e amata, in cui questi animali, un tempo protetti perché considerati messaggeri degli dei dallo shintoismo, ora sono un tesoro prezioso per la città. Nara si lascia vivere senza proteste dai suoi cervi, nei parchi, per le strade, accanto all’uomo: madri con cuccioli, cervi innamorati che si scambiano baci, si avvicinano piano per un biscotto, riposano silenziosi sotto gli alberi.  E che soprattutto non si lamentano nemmeno quando la sottoscritta, in vena di selfie idioti, si avvicina di soppiatto facendo le cornine sopra la testa del povero malcapitato animale.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra un cervo e l’altro attraversandone le stradine, Nara rivela il suo lato tranquillo, qualche strada commerciale, tanti parchi verde acceso e piccoli quartieri di casette di legno scuro, addobbate di fiori colorati.

 Arriviamo al parco che si estende davanti al Todaiji, i giapponesi ovviamente prontissimi per festeggiare l’Obon. Il che per loro equivale ad apparecchiare per bene, mettere su un centinaio di stand di cibo e via che si mangia la qualunque, sia mai che ti colga un languorino e li trovi impreparati. Ai lati del sentiero lastricato e rilucente di pioggia banchetti di street food colorati e seduti qua e là gli ormai immancabili cervi.  Riposano accanto a uno stand fuxia, rosso e arancio che prepara wurstel giganti, camminano tra la gente che sgranocchia patatine fritte, tra le bancarelle in cui si preparano yakisoba, okonomiyaki nello stile di Hiroshima, granite giganti con aggiunta di sciroppi arcobaleno.

 

 

 

 

Io e Ale ci fermiamo prima per una vera specialità di Nara, il kakinoha zushi, un tipo di sushi avvolto nelle foglie di cachi e che ha in questa regione una lunghissima tradizione. Nara è infatti una delle poche aree del Giappone che non si affaccia sul mare, in passato per poter conservare il pesce si incominciò ad avvolgerlo nelle foglie di cachi, pianta di cui la regione è ricca.

Poi poco prima di attraversare l’entrata del Todaiji, il Nandaimon, ci lanciamo sul pollo fritto. La maionese la possiamo aggiungere da sole a piacimento e finisce che invece che mangiare “pollo fritto con maionese” mangiamo “maionese con pollo fritto” … se avete assaggiato la maionese giapponese abbinata al loro pollo fritto non potrete di certo biasimarmi.  La droga con la “d” maiuscola.

La coda per entrare dentro al Todaiji è mostruosamente lunga e una delle guardie gentilmente ci consiglia di visitare prima il Kasuga Taisha, dove l’affluenza è minore, e poi tornare qui più tardi quando la coda si sarà smaltita. 

Il Kasuga Taisha è un altro di quei luoghi del Giappone a lungo sognati ed è forse il motivo principale per cui ho scelto proprio i giorni dell’Obon per visitare Nara. Le antiche lanterne di questo tempio vengono infatti accese solo due volte l’anno, una a metà Febbraio e una proprio in occasione dell’Obon. Lanterne in pietra lungo il cammino accese all’imbrunire che colorano il sentiero di viola, arancio e rosso.  Lanterne comprate da miiko vestite di rosso e bianco, i capelli ornati di fiori blu e lilla come piccole corna di cervo. E’ il momento in cui più di tutti, durante il mio viaggio attraverso il Giappone, mi sento dentro un anime, in una di quelle prove di coraggio in cui i protagonisti, armati di lanternina, vanno in giro per i boschi. Lanterne in bronzo, decorate di fiori e grovigli, foglie e kanji, che nella parte più interna del tempio illuminano il buio ormai sopraggiunto.

E’ così che il Kasuga Taisha resta nel cuore, durante la notte dell’Obon, fatta di luci e preghiere, lanterne e magia. 

Ritorniamo alla fine del giro verso il Todaiji e come promesso dalla guardia la coda è completamente scomparsa. La calca ha fatto il suo corso e chi voleva pregare ha ormai pregato. 

Paghiamo il biglietto e ci avventuriamo nel ventre del tempio, che non solo custodisce il Buddha di bronzo più grande del Giappone, ma è anche l’edificio in legno più grande del mondo (nonostante l’edificio attuale sia solo due terzi del tempio originario). Anche qui migliaia e migliaia di lanterne di carta circondano il tempio, inondando la notte di bagliori dorati, talmente suggestivo che si fa fatica a distogliere lo sguardo. La finestra del Buddha, quella attraverso cui la statua può contemplare il mondo esterno seduta nella pancia del tempio, eccezionalmente aperta, mi permette di scorgerne il volto. Seguo le lanterne, seguo la gente camminare, si radunano attorno all’immenso braciere, che all’entrata del Todaiji, nel buio della notte, riflette le fiamme sui volti delle persone e sbuffa incenso e cenere senza riposo.

Il Grande Buddha, alla fine di questa lunghissima giornata, mi accoglie finalmente nella sua dimora di legno. Per un attimo mi sento sopraffatta dai ricordi, di quando al primo anno di università leggevo di lui e del Buddha di Kamakura in un brano del libro di testo, quando ancora pochi kanji mi erano chiari e hiragana e katakana si stavano ancora sedimentando nella mia testa.

Intorno a me c’è chi prega, chi invece che fare una semplice offerta al tempio è partecipe della sua ristrutturazione, e con pennello e inchiostro pece, all’antica maniera, traccia i kanji del proprio nome su una tegola comprata per 1000 yen che poi andrà a sostituire sul tetto una di quelle vecchie. E ci sono infine i bambini che, in una fila composta, attendono uno ad uno di infilarsi nel famoso buco nel pilastro, grande quanto la narice della statua e che assicurerebbe l’illuminazione nella prossima vita. Vorrei provare anche io a passarci attraverso, che l’illuminazione promessami dal buddhismo sia almeno un vantaggio dell’essere nana, siccome un adulto normale non potrebbe mai passarci, ma niente, la saggezza eterna dovrà attendere. E’ veramente tardissimo e rischiamo di perdere l’ultimo treno per tornare a Kyoto, come delle pazze cominciamo a correre per le strade ormai deserte. Ho le lacrime agli occhi, un polmone ormai l’ho perso per strada, ci infiliamo sul treno appena in tempo, per poi svenire sul sedile.  La mia vita giapponese è anche così, fatta di ultimi treni, di notti caldissime, di illuminazioni mancate, di tante, tantissime lanterne, corse, lacrime e soprattutto una gioia così grande da farmi scoppiare il cuore.  

 

 

 

 

 

 

 

 

Per scoprire di più sull‘itinerario di una settimana in giro per il Giappone *:. o(≧ ▽ ≦)o .:*

→ Matsumoto ~ day 1

→ Takayama ~ day 2

→ Kanazawa ~ day 3

→ Kyoto parte 1 ~ day 4

 Kyoto parte 2 ~ day 5

→ Kyoto parte 3.1 Fushimi Inari, Pontocho, Samjusangendo ~ day 6

Cosa ne pensate di Nara ? Vi piacerebbe visitarla?    O(≧∇≦)O

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Ci vediamo alla Prossima Fermata gente ⊂(。・ω・。)⊃ !!! 

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